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IN NOME DI ALLAH IL CLEMENTE E MISERICORDIOSO
AS-SALĀMU ‘ALAYKUM WA-RAḤMĀTU ’LLĀHI TA‘ĀLĀ WA-BARAKĀTUHU LODE AD ALLAH SIGNORE DEI MONDI, CHE CI HA CREATO MUSULMANI E CI HA BENEFICATO COL DONO DELLA SANTA LOTTA LUNGO LA SUA DIRITTA VIA. Se sbaglio è colpa mia, se dico bene il merito è di Allah (SWT). Pertanto: A PROPOSITO DI ANTISEMITISMO: CHI SONO DAVVERO I SEMITI? Prima parte: lingue e popoli Il vocabolo antisemitismo è entrato nell’uso comune e, come spesso accade alle parole diffuse presso il popolo (si prenda ad esempio il termine democrazia, che nella Grecia del V e IV secolo avanti Cristo indicava semplicemente una forma di governo non monarchica, né tirannica, contrapposta all’aristocrazia ed all’oligarchia, dunque il potere dei ceti sociali estranei alla vecchia nobiltà agraria), il suo significato è stato travisato, sia volutamente, ovverosia con fine disonesto, sia incoscientemente, ovverosia per ignoranza. La conseguenza è stata che oggi l’assoluta maggioranza degli abitanti dei paesi occidentali, e forse non solo di questi ultimi, crede che antisemitismo voglia dire ‘avversione per gli ebrei’ e non ‘avversione per i semiti’. Per definire il concetto di semita mi pare opportuno seguire un criterio storico e, soprattutto, linguistico. A metà del XIX secolo circa ebbero inizio, con i glottologi Benfey, Newman, e poi Renan, Lepsius, Reinisch ed altri, gli studî comparativi sulla famiglia linguistica cosiddetta camito-semitica: l’insieme delle lingue parlate dai discendenti di Cam e Sem, i biblici figli di Noè. Tale famiglia oggi è piú spesso denominata afro-asiatica, sul modello di indo-europea: se quest’ultimo termine indica gli idiomi che, a partire da una patria comune ignota, furono diffusi nello spazio compreso fra Europa ed India (lingue celtiche, germaniche, slave, italiche, indo-iraniche eccetera), con la parola afro-asiatica si designa approssimativamente l’odierna estensione del phylum linguistico nei due continenti indicati dalla parola stessa. Per camitico s’intende un insieme disomogeneo di linguaggi, risalenti, cosí come i semitici, ad un’unica lingua madre, ma tanto differenti tra loro da essere accomunati dal solo fatto di non essere semitici: sono i gruppi berberi, ciadici, omotici e cuscitici, ancora tutti vivi in Africa, ai quali si aggiunge un quinto gruppo oggi estinto, che piú si avvicina al semitico ed è costituito dall’egiziano antico e dalla sua continuazione storica, il copto. Le lingue semitiche si dividono innanzitutto in due sezioni, corrispondenti a due aree geografiche, quella nord-orientale e quella sud-occidentale. Nell’antica area nord-orientale, che coincideva pressappoco con la Mesopotamia, esisteva una lingua chiamata accadico, l’unica della sezione: gli accadi rimasero uniti fino al 1950 a.C. circa, poi si divisero in due rami, gli assiri e i babilonesi, che mantennero però la stessa lingua. L’accadico morí verso la metà del I millennio a.C.: il re Nabucodonosor (Nebukadnezar) conquistatore di Gerusalemme nel 587, appartenente alla dinastia caldea, già parlava una varietà d’aramaico; potrebbe però essere durato piú a lungo in una propaggine occidentale, la Sardegna, se d’origine accadica era la civiltà nuragica, come consente di supporre, fra l’altro, la presenza di una ziggurat – caso unico in Europa – in codesta isola: la stessa parola nuraghe (nurac nelle iscrizioni) può essere spiegata con lo stato costrutto accadico nūr’āk ‘luce del tempio, splendore del santuario’ (= arabo nūr al-ma'bad). L’area sud-occidentale abbraccia tutte le altre lingue semitiche, vive o morte. Senza considerare alcuni dei piú antichi idiomi quali l’eblaita, l’ugaritico, il protosinaitico, scarsamente attestati e difficilmente classificabili, diremo che nella fase piú arcaica la sezione sud-occidentale era rappresentata da una sola lingua, l’amorreo, geograficamente dunque contrapposto all’accadico. L’amorreo, che prende nome dal vocabolo accadico amurru ‘occidente’, secondo le nostre conoscenze non fu mai messo per iscritto, né all’epoca del seminomadismo, né all’epoca della sedentarizzazione, quando fu adoperato l’accadico di Babilonia come lingua letteraria: fu parlato piú o meno fra il 2500 ed il 1500 a.C. Dall’originario amorreo nacquero diverse lingue, che si possono suddividere in tre tronconi: cananeo, arameo ed arabico. Il cananeo (o cananaico) si formò intorno alla metà del II millennio a.C. in Libano e Palestina: in queste regioni i nuovi abitanti, che fondarono varie città-stato, dimostrarono grande abilità nel commercio marittimo, e, per la grande capacità nel trattare la porpora, dai greci furono detti fenici. Crearono colonie in tutto il bacino del Mediterraneo e stabilirono insediamenti importanti in varie isole, fra cui la Sicilia. Nel XIII secolo giunse poi in Palestina un insieme di genti composito, proveniente dall’Egitto: era costituito da diversi popoli e tribú, disomogenei linguisticamente, e acquisí la lingua cananea preesistente soltanto intorno al 1000, quando si diede unità politica sotto il re Saul. Tale unità continuò nel secolo X fino agli anni Venti, allorché, dopo i governi di Davide e Salomone, lo stato fu diviso in due regni, Israele a settentrione e Giuda a mezzogiorno, i quali furono conquistati rispettivamente da assiri (nel 722) e babilonesi (nel 587). Gli uomini di Davide e Salomone ed i loro discendenti presero il nome di ebrei. Un terzo popolo si stanziò in un’area piú interna e vicina al deserto arabico: costoro furono chiamati moabiti. La lingua cananea era unitaria, e presentò sempre scarsissime differenze dialettali; si estinse nel V secolo lí dov’era nata, ma continuò ad essere usata per lungo tempo nelle colonie occidentali: Agostino di Tagaste ricorda che alla fine del IV secolo d.C. nel retroterra di Cartagine il punico era ancora vivo. Questa lingua fu ben conosciuta dai romani, che contro i cartaginesi lottarono a lungo per il predominio nel Mediterraneo: il comico Plauto nel Poenulus (‘Il piccolo punico’) inserí varî versi in tale lingua. L’arameo (o aramaico) è la piú diretta discendente dell’amorreo. Si formò alla fine del II millennio in Aram ‘Siria’, la quale Siria (< Assiria) deve a sua volta il nome agli assiri, che la occuparono poco prima della fine della loro civiltà: esso si diffuse presto in Mesopotamia, luogo in cui sostituí l’accadico, quindi in Palestina, dove rimpiazzò il cananeo. L’aramaico fu messo per iscritto già all’inizio del I millennio, e si distinse in numerose varietà: una di esse fu usata dai nabatei, dalla cui scrittura è derivato l’alfabeto arabo. Questa lingua trimillenaria, la cui storia si suddivide in tre periodi, sopravvive ancora oggi in piccole comunità cristiane (caldei, mandei ecc.) sparse nel vicino Oriente, ma appare ormai prossima all’estinzione. Per arabico s’intende un insieme di tre gruppi distinti, che hanno in comune soltanto il rapporto con la Penisola Arabica: nordarabico, centroarabico e sudarabico (li scrivo senza trattino giacché tali definizioni non hanno valore geografico rigoroso, ma solo approssimativo). Il nordarabico era usato da popolazioni bibliche quali gli edomiti e gli ammoniti, ed altre scoperte piú tardi e note con i nomi di tamudeni e dedaniti. Scomparve in un’epoca a noi ignota. Il centroarabico (o arabo propriamente detto) fu parlato sia dai beduini della Penisola, sia dai sedentarî del Hijāz, ed è alla base della lingua letteraria nota come arabo classico, il cui primo documento, dopo quattro o cinque brevi iscrizioni del V secolo d.C., è il Corano. Già nel V secolo a.C. lo storico greco Erodoto (Storie, III, 8) citò il nome di una divinità femminile adorata dagli arabi, ’Αλιλάτ (da leggere al-Ilāt ‘la dea’): è la prima testimonianza dell’articolo arabo al, il quale distingue questa lingua semitica dalle altre. Tutte le parlate arabe moderne derivano dal centroarabico: la loro formazione e la loro distanza, piú o meno accentuata, dall’arabo classico possono dipendere, oltre che all’influsso di substrato e superstrato, può dipendere anche da differenze dialettali già presenti nella Penisola arabica all’epoca della diffusione della religione islamica; soltanto il maltese, che deriva dall’arabo algerino, è usata da una comunità non islamica. Il sudarabico era parlato in tempi antichi da popoli noti come sabei, minei, catabaniti e adramuteni. Oggi sopravvive, usato da pochissime migliaia di persone, nell’isola di Socotra e nelle regioni costiere di Hadramaut (Yemen) e Dhofar (Oman). In un’epoca imprecisata, dall’Arabia meridionale il sudarabico fu portato nella prospiciente terra africana, e si diffuse in Abissinia. Qui trovò una prima espressione scritta nella lingua letteraria chiamata geez, ed oggi sono sudarabiche le principali lingue di Etiopia ed Eritrea: amarico, tigrino, tigré (in tale regioni sono largamente diffuse anche lingue omotiche, cuscitiche e altre di famiglie diverse). Ciò che s’è detto rappresenta, in estrema sintesi, una delle piú plausibili classificazioni di lingue e popoli semitici (per maggiori chiarimenti si vedano le opere dei semitisti G.Garbini e O.Durand con la relativa bibliografia). Come si vede, tale classificazione non corrisponde affatto ad una suddivisione antropologica, poiché quei gruppi di uomini che portarono le loro lingue in ambienti già abitati, si mescolarono con i locali, i quali assunsero, presto o tardi, l’idioma dei nuovi venuti: cosí, per esempio, molti abissini, che erano neri di pelle, presero il sudarabico da genti di pelle bianca, ed ugualmente si spiegano le differenze somatiche fra gli arabofoni di Maghreb, di Sham e Penisola Arabica. Analogo discorso vale evidentemente per le lingue indeuropee: i francofoni ed anglofoni del mondo non sono certo tutti diretti discendenti di francesi ed inglesi delle madrepatrie. Si noti ancora un fatto importante: a parte le ridottissime comunità di aramaici e sudarabici, le uniche lingue semitiche oggi vive sono l’insieme arabo, da intendere come una pluralità di parlate (una trentina circa) che stanno quasi tutte in rapporto di diglossia con la lingua classica, e i diversi idiomi del Corno d’Africa. I corrispettivi parlanti, dunque, sono coloro che in primo luogo devono essere ritenuti semiti. Per quel che concerne il cosiddetto ebraico, ovverosia la lingua dello stato occupante d’Israele, esso non altro che la ripresa letteraria di una lingua morta da secoli (il cananeo) e adoperata, dal V secolo a.C. sino al Novecento, per la liturgia religiosa: se oggidí, per esempio, l’Unione Europea o un qualsiasi stato sovrano decidessero di adottare il latino come lingua ufficiale, quest’ultimo si troverebbe nella medesima condizione del cosiddetto ebraico: condizione in cui, fra l’altro, già si trovò durante tutto il Medioevo (la Città del Vaticano inoltre continua ad usarlo nei documenti scritti, redatti con difficoltà sempre maggiore anche perché a livello orale il latino è stato sostituito dall’italiano). In cananeo fu scritta la maggior parte dei libri dell’Antico Testamento: non tutti, ché quelli di Esdra e di Daniele, al pari della letteratura targumica e talmudica, sono in aramaico. A proposito degli ebrei, ai quali, col permesso dell’Onnipotente (Subhanahu wa-Taala), dedicherò la seconda parte del mio intervento, per ora basti quindi dire che, come si evince da quanto s’è detto sulla favella cananea, non è mai esistita nessuna lingua ebraica distinta dalle altre nel modo in cui, per esempio, l’italiano differisce dal francese, o, ancor di piú, il tedesco differisce dal russo: esiste invece un alfabeto ebraico, che deriva dalla scrittura fenicia cosí come da quest’ultima derivano l’alfabeto greco e quello latino. I simboli dell’alfabeto fenicio sono ventiquattro, tanti quanti sono quelli dell’ebraico: ciò indica che, anche sul piano fonologico, le due scritture esprimono il medesimo idioma (appunto il cananeo), esattamente come un’unica lingua quale il serbocroato è scritto con due alfabeti diversi, il cirillico da parte degli ortodossi ed il latino da parte dei cattolici. Desidero concludere questa prima parte con l’indicazione delle lingue parlate dai profeti menzionati nel Sublime Corano, giacché essi possono essere ritenuti tutti di stirpe camito-semitica. Consiglio a questo proposito di consultare l’opera Atlas of the Qur’an di Shauqi Abu Khalil (edizioni Darussalam, Riyadh, 1423 H./2003 d.C.), che contiene ottime illustrazioni, con l’ovvia specificazione che dei profeti piú antichi non si può costruire una biografia storica tanto precisa quanto quelle dei piú tardi. Su Adam (‘ am) e la sua lingua non si può dire niente che non sia semplice congettura: ad Adam si lega la questione della derivazione di tutti i linguaggi umani da uno solo. Per quanto riguarda Nuh (as), essendo egli padre di Cam, Sem e Iafet, deve essere ritenuto un parlante della preistorica lingua camito-semitica originaria; se si considerano dati geologici ed anche culturali, quali i calendarî maya e caldei, si può stabilire il IX millennio a.C. come data del Diluvio universale: Nuh sarebbe dunque vissuto nell’epoca oggi chiamata mesolitica. Di Idris (as), antenato di Nuh, si può pensare che parlasse la stessa lingua del discendente: è identificato con il biblico Enoc. Salih (as) apparteneva al popolo Thamud, dunque era un nordarabico. Hud (as) apparteneva al popolo ‘Ad, dunque era, secondo le nostre conoscenze geografiche, sudarabico. Salih e Hud potrebbero esser vissuti prima di Abramo. Ibrahim (as) appunto visse, come consentono di supporre le migrazioni di gruppi seminomadi dalla Mesopotamia meridionale verso l’Occidente e la Siria, tra il XX ed il XVI secolo a.C., probabilmente fra il XIX ed il XVIII, e la costruzione della Ka‘ba si può collocare attorno all’anno 1800 a.C. Ibrahim, come suo nipote Lot (as) era pertanto un amorreo, e tale lingua dovette esser parlata anche dai suoi eredi Isma’il (as) e Ishaq (as), Ya‘qub (as) figlio del precedente e chiamato nella Bibbia Yisrael (che significa ‘ha lottato con il Signore’), e Yusuf (as) figlio di Ya‘qub: con lui ebbe inizio la migrazione in Egitto, e la lingua probabilmente aveva già subito qualche modificazione. Di Shu‘ayb (as) sappiamo che era madianita, cioè apparteneva ad un popolo ritenuto beduino: la mancanza di dati cronologici non permette di stabilire se la sua lingua fosse un tipo di nordarabico (in questo caso sarebbe vissuto nel II millennio), oppure una forma di aramaico (allora sarebbe vissuto dopo il 1000 a.C.). Musa (as) fu allevato presso la corte del Faraone, dunque la sua prima lingua fu l’egiziano: il suo stesso nome cananeo, Moše, non rivela etimologia semitica, cioè non significa affatto ‘Colui che fu salvato dalle acque’ come spesso si racconta, ma corrisponde all’egiziano Mose, suffisso che vale ‘figlio, bambino’ e nei composti si univa all’appellativo di una divinità nel modo che si osserva per i sovrani (Ra-mose, Tut-mose): non essendo egli politeista, fu poi tolto dal suo nome il prefisso della divinità stessa. Egli guidò dunque un movimento di popoli fuori dell’Egitto: vi erano certamente egiziani, forse rimasti legati alla riforma religiosa di Amenofi IV (faraone del XIV secolo), semiti di lontana origine amorrea (i ‘figli d’Israele’), probabilmente anche tribú indeuropee quali i filistei (pheleset, che avrebbero dato il nome alla Palestina) e si ha ragione di supporre che fra tutti costoro si trovasse anche qualcuno semplicemente in fuga dalla tirannia crudele del faraone, non ispinto da autentiche motivazioni religiose, come fa pensare una tribú come quella di Dan, autonoma e politeista. Il fratello maggiore di Musa, Harun (as), non cresciuto a corte, oltre all’egiziano doveva conoscere la lingua semitica della sua gente: egli, a parte i difetti di pronunzia di Musa (si veda il commento di at-Tabari su Surat Ta-Ha: XX, 27-32; si veda inoltre la Bibbia, Esodo, IV, 10-30), poté svolgere il ruolo d’interprete presso la comunità migrante. Si giunge poi al Regno ebraico: i sovrani Daud (as) e Sulayman (as) vissero nel X secolo, quando la lingua cananea già si era affermata in tutta la fascia costiera e nel retroterra. Parlarono cananeo anche i successivi profeti Ilyas (as), al-Yasa‘ (as), Ayyub (as), Yunus (as), e pure Dhul-Kifl (as), qualora sia valida la sua identificazione con Isaia biblico, vissuto fra il 765 ed il 701 circa. Zakariyya (as), Yahya (as) e ‘Isa (as) usarono l’aramaico. Infine Muhammad (sas) fu il primo profeta arabo. ALLAHU AKBAR! |
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